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DALLA TEORIA ALLA PRATICA

Cosa vuol dire essere prete oggi?
DAL NOSTRO
INVIATO A CREMONA,
DON PAOLO CARRARO
(un Sacerdote caro amico della nostra
Comunità :) .... che se sa che abbiamo pubblicato questo articolo ci toglie
il saluto... ma voi non andate a dirglielo eh!!! ;)
È difficile comunicare
sentimenti, emozioni, tensioni, paure, che si alternano nel cuore ormai a
venti giorni dalla mia ordinazione.
Questi quattro anni
trascorsi presso il Seminario vescovile non sono stati solo un periodo di
formazione, ma anche occasione di verifica, per valutare opportunamente il
proprio desiderio profondo ed autentico di consacrarsi al Signore. Il prete
non è solo colui che ha appreso tante nozioni teologiche, ma dovrebbe, o
meglio, deve essere un esperto di umanità, un ascoltatore attento dei
bisogni di chi incontra, di coloro che a lui si rivolgono.
Non so dove il Vescovo mi manderà a svolgere la mia missione sacerdotale,
però l’unica certezza che ho nel cuore è quella di cercare di essere sempre,
e nel migliore dei modi, un prete che cerca sempre di vivere e di incarnare
il Vangelo, che deve poi trasmettere e comunicare agli altri.
Il giorno della mia prima Santa Messa sarà come un piccolo Tabor, ma la
realtà del mio sacerdozio non si realizzerà pienamente se non si esplicherà
in quel “terribile quotidiano”, che ti fa assaporare le gioie e i dolori non
solo del ministero, ma della vita di ogni giorno.
L’immagine di Davide e della corazza di Saul esprime in modo simbolico il
ministero del prete oggi. In una situazione nuova rispetto al passato, forse
più difficile, certamente più complessa, il prete deve oggi saper andare
all’essenziale, lasciare ciò che può appesantire il suo ministero (la
corazza e le armi di Saul) e far leva su ciò che ha la forza della
penetrazione evangelica: la vita, l’esempio, la parola.
Oggi al prete non è richiesto di essere un leader, bensì di costruire
rapporti tra le persone e vivere relazioni significative con quanti più
direttamente lo coadiuvano perché condividono lo stesso sguardo di fede sul
mondo. È certo che per essere ministri della Parola occorre anche essere
uomini di preghiera, come diede l’esempio Gesù stesso. Il cardinale Martini
ha definito lo stato contemplativo come una tappa sacerdotale, la tappa del
cristiano maturo, il quale dopo l’itinerario di maturazione si chiede quale
sia il centro delle molteplici esperienze fatte. Contemplando si prega.
È stato detto e giustamente che “ci vuole la passione della preghiera, per
buttarsi nelle mani di Dio e compiere i Suoi disegni su di noi”. Bisogna
farsi guidare dallo Spirito. Ecco perché il sacerdote deve qualificarsi
spiritualmente nella dedizione agli altri “nelle cose che riguardano Dio”.
Ascoltiamo quello che dice in proposito il Concilio Vaticano II: «I
sacerdoti, mediante il quotidiano esercizio del proprio ufficio, crescano
nell’amore di Dio e del prossimo, conservino il vincolo della comunione
sacerdotale, abbondino di ogni bene spirituale e diano a tutti la viva
testimonianza di Dio, emuli di quei sacerdoti che nel corso dei secoli, in
un servizio spesso umile e nascosto, hanno lasciato uno splendido esempio di
santità».
«Tutti i sacerdoti – è sempre il Concilio Vaticano II che parla – e
specialmente quelli che per lo specifico titolo della loro ordinazione sono
detti diocesani, ricordino quanto contribuiscano alla loro santificazione,
la fedele unione e la generosa collaborazione con il proprio Vescovo».
Nella consegna del Vangelo all’ordinazione diagonale e del pane e del vino
in quella sacerdotale ci fu detto: «Sii consapevole di quanto farai, sii
imitatore di ciò che compirai e ispira la tua vita al mistero della croce
del Signore».
In queste frasi è espressa sinteticamente quella esigenza di
interiorizzazione che comporta spazi di silenzio, momenti di riflessione,
clima di raccoglimento, l’uso appropriato e personalizzato dei mezzi offerti
dalla tradizione spirituale della Chiesa ed infine il coraggio e la costanza
di confrontarci periodicamente su questo stesso cammino con saggi
Confratelli esperti nelle vie dello spirito.
«Un’esperienza di tutti – ha scritto Mons. Franzi, Vescovo ausiliare di
Novara – è il sentirci interiormente vuoti, bronzi squillanti, tamburi
rombanti. Ma questa esperienza di vuoto ci stimola a cercare al di dentro la
vita interiore, per essere leali, autentici, coraggiosi».
Nessun sacerdote è tale da solo, ma lo è autenticamente soltanto se resta in
comunione con il Vescovo nel presbiterio a favore del Popolo di Dio.
A proposito della fraternità sacerdotale è opportuno ricordare il monito
preciso del Concilio Vaticano II: «In virtù della comune sacra ordinazione e
missione, tutti i sacerdoti sono tra loro legati da un’intima fraternità,
che deve spontaneamente e volentieri manifestarsi nel mutuo aiuto spirituale
e materiale, pastorale e personale, nei convegni e nelle comunità di vita,
di lavoro e di carità».

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«Tu sei un prete: lo capisco dai tuoi
occhi»
di Don Giovanni Maria Chessa (diocesi di
Nuoro)
Don Giovanni,
parroco della diocesi di Nuoro, racconta quella singolare “rivelazione” di
un bambino della Barbagia invitato a indovinare quale “mestiere” facesse.
Sono sacerdote da 21 anni e
quattro mesi, dopo oltre 19 anni di ministero a Oliena ho cambiato comunità
parrocchiale e solo da poco sto a Budoni, paese con 22 piccole frazioni, 5
mila abitanti, che nei mesi estivi conta 70 mila presenze.
Alcuni anni fa, chiamato a
predicare in una parrocchia della mia diocesi, arrivato con un po’ di
anticipo, entrai in chiesa attendendo il parroco. Qualche minuto dopo entrò
una scuola elementare in visita guidata al paese, cuore della Barbagia. Due
bambini di prima elementare, stancatisi subito della bellezza del luogo, con
disinvoltura si siedono sul banco davanti a me dando le spalle all’altare.
Iniziamo un semplice dialogo: nome, luogo di provenienza, e poi mi
domandano: «Che mestiere fai?». Chiedo loro di indovinare. Il più piccolo
fissandomi esclama: «Il prete». Di rimando, mettendo ben in mostra il
collarino, incalzo: «Da cosa ti sei accorto che sono un prete?».
«Dagli occhi» rispose sicuro.
Incuriosito domando cosa hanno di
particolare gli occhi del prete e lui: «Sono luminosi».
Non nascondo che la cosa mi fece
molto piacere, anche se riflettendoci su ho toccato con mano la fatica,
tutta umana, di avere sempre uno sguardo luminoso. Questo fatto mi ha
portato a «rivedere» l’idea di prete e, con grande conforto del cuore e a
lode di Dio, mi impegno a rendere il mio sguardo strumento della
Provvidenza. Ci sono momenti in cui avere uno sguardo luminoso è bello,
naturale e appagante, altre volte è impresa eroica.
Ai giorni dell’«abbondanza»,
quando con facilità guardo e aiuto a guardare verso la meta e con gioia mi
vedo con tanti fratelli progredire nel cammino verso Dio, subentrano giorni
di «carestia», quando la difficoltà fa stringere i denti e chiudere gli
occhi. È duro tenere gli occhi aperti quando le lacrime premono spinte dal
dolore fisico e morale; è duro tenere gli occhi aperti quando vuol dire
guardare la propria e l’altrui miseria; è duro avere occhi luminosi con chi
piange un morto ammazzato, ed è altrettanto duro guardare con speranza chi
giorni dopo ti confessa di esserne la causa; è duro tenere gli occhi aperti
su chi, conscio del proprio vizio, non fa nulla per migliorarsi e non
permette a nessuno di aiutarlo; è duro quando la stessa miseria che devi
illuminare è causa del buio del tuo cuore; è duro e rischioso guardare e
giudicare quando la tua vista è sotto di dieci gradi, non si può guardare in
modo sfuocato. È duro, ma non impossibile.
Un «collirio» particolare cura
quotidianamente i miei occhi e ridà luminosità allo sguardo «ad intra» e «ad
extra» (dentro e fuori): la Sacra Scrittura, che nella liturgia giornaliera
e nella passione personale per essa si rivela davvero tesoro nascosto da cui
trarre cose antiche e cose nuove.
Come tirarsi indietro e chiudersi
in se stessi quando nel cuore e intorno risuona il grido di Dio: «Consolate,
consolate il mio popolo e parlate al cuore di Gerusalemme?».
(estratto da "Avvenire")
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... questo che vedete qui sopra non è un
Prete... non ancora almeno...
è un nostro caro amico seminarista...
come
vedete è molto giovane e come tanti altri giovani
sta camminando sulla
strada che - a Dio piacendo - lo condurrà all'ordinazione Sacerdotale.
Noi preghiamo per lui e per tutti coloro che come lui sono in cammino e,
naturalmente
per tutti coloro che, già Sacerdoti, ci donano ogni giorno Gesù
nell'Eucaristia
e ci portano il Suo perdono.
Volete unirvi a noi nella preghiera?
Vi proponiamo inoltre un piccolo segno da
mettere nelle vostre Chiese se è possibile...
noi l'abbiamo fatto e ci è di aiuto e di stimolo...
se non è possibile comunque non è indispensabile :)
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