---

 

19 giugno 2009
Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
Apertura dell'ANNO SACERDOTALE


© Congregazione per il Clero

 

Venerdì prossimo, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, Giornata di Santificazione Sacerdotale, avrà inizio l’Anno Sacerdotale da me voluto in coincidenza con il 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars. Affido alle vostre preghiere questa nuova iniziativa spirituale, che seguirà l’Anno Paolino ormai avviato verso la sua conclusione. Possa questo nuovo anno giubilare costituire un’occasione propizia per approfondire il valore e l’importanza della missione sacerdotale e per domandare al Signore di far dono alla sua Chiesa di numerosi e santi sacerdoti.
 

(Benedetto XVI, Angelus del 14 giugno 2009)
 

  DALLA TEORIA ALLA PRATICA 

Cosa vuol dire essere prete oggi?[1]

DAL NOSTRO INVIATO A CREMONA,
DON PAOLO CARRARO
[2]

(un Sacerdote caro amico della nostra Comunità :) .... che se sa che abbiamo pubblicato questo articolo ci toglie il saluto... ma voi non andate a dirglielo eh!!! ;)

È difficile comunicare sentimenti, emozioni, tensioni, paure, che si alternano nel cuore ormai a venti giorni dalla mia ordinazione.

Questi quattro anni trascorsi presso il Seminario vescovile non sono stati solo un periodo di formazione, ma anche occasione di verifica, per valutare opportunamente il proprio desiderio profondo ed autentico di consacrarsi al Signore. Il prete non è solo colui che ha appreso tante nozioni teologiche, ma dovrebbe, o meglio, deve essere un esperto di umanità, un ascoltatore attento dei bisogni di chi incontra, di coloro che a lui si rivolgono.
Non so dove il Vescovo mi manderà a svolgere la mia missione sacerdotale, però l’unica certezza che ho nel cuore è quella di cercare di essere sempre, e nel migliore dei modi, un prete che cerca sempre di vivere e di incarnare il Vangelo, che deve poi trasmettere e comunicare agli altri.
Il giorno della mia prima Santa Messa sarà come un piccolo Tabor, ma la realtà del mio sacerdozio non si realizzerà pienamente se non si esplicherà in quel “terribile quotidiano”, che ti fa assaporare le gioie e i dolori non solo del ministero, ma della vita di ogni giorno.
L’immagine di Davide e della corazza di Saul esprime in modo simbolico il ministero del prete oggi. In una situazione nuova rispetto al passato, forse più difficile, certamente più complessa, il prete deve oggi saper andare all’essenziale, lasciare ciò che può appesantire il suo ministero (la corazza e le armi di Saul) e far leva su ciò che ha la forza della penetrazione evangelica: la vita, l’esempio, la parola.
Oggi al prete non è richiesto di essere un leader, bensì di costruire rapporti tra le persone e vivere relazioni significative con quanti più direttamente lo coadiuvano perché condividono lo stesso sguardo di fede sul mondo. È certo che per essere ministri della Parola occorre anche essere uomini di preghiera, come diede l’esempio Gesù stesso. Il cardinale Martini ha definito lo stato contemplativo come una tappa sacerdotale, la tappa del cristiano maturo, il quale dopo l’itinerario di maturazione si chiede quale sia il centro delle molteplici esperienze fatte. Contemplando si prega.
È stato detto e giustamente che “ci vuole la passione della preghiera, per buttarsi nelle mani di Dio e compiere i Suoi disegni su di noi”. Bisogna farsi guidare dallo Spirito. Ecco perché il sacerdote deve qualificarsi spiritualmente nella dedizione agli altri “nelle cose che riguardano Dio”.
Ascoltiamo quello che dice in proposito il Concilio Vaticano II: «I sacerdoti, mediante il quotidiano esercizio del proprio ufficio, crescano nell’amore di Dio e del prossimo, conservino il vincolo della comunione sacerdotale, abbondino di ogni bene spirituale e diano a tutti la viva testimonianza di Dio, emuli di quei sacerdoti che nel corso dei secoli, in un servizio spesso umile e nascosto, hanno lasciato uno splendido esempio di santità».
«Tutti i sacerdoti – è sempre il Concilio Vaticano II che parla – e specialmente quelli che per lo specifico titolo della loro ordinazione sono detti diocesani, ricordino quanto contribuiscano alla loro santificazione, la fedele unione e la generosa collaborazione con il proprio Vescovo».
Nella consegna del Vangelo all’ordinazione diagonale e del pane e del vino in quella sacerdotale ci fu detto: «Sii consapevole di quanto farai, sii imitatore di ciò che compirai e ispira la tua vita al mistero della croce del Signore».
In queste frasi è espressa sinteticamente quella esigenza di interiorizzazione che comporta spazi di silenzio, momenti di riflessione, clima di raccoglimento, l’uso appropriato e personalizzato dei mezzi offerti dalla tradizione spirituale della Chiesa ed infine il coraggio e la costanza di confrontarci periodicamente su questo stesso cammino con saggi Confratelli esperti nelle vie dello spirito.
«Un’esperienza di tutti – ha scritto Mons. Franzi, Vescovo ausiliare di Novara – è il sentirci interiormente vuoti, bronzi squillanti, tamburi rombanti. Ma questa esperienza di vuoto ci stimola a cercare al di dentro la vita interiore, per essere leali, autentici, coraggiosi».
Nessun sacerdote è tale da solo, ma lo è autenticamente soltanto se resta in comunione con il Vescovo nel presbiterio a favore del Popolo di Dio.
A proposito della fraternità sacerdotale è opportuno ricordare il monito preciso del Concilio Vaticano II: «In virtù della comune sacra ordinazione e missione, tutti i sacerdoti sono tra loro legati da un’intima fraternità, che deve spontaneamente e volentieri manifestarsi nel mutuo aiuto spirituale e materiale, pastorale e personale, nei convegni e nelle comunità di vita, di lavoro e di carità».

 

[1] Articolo pubblicato in Chiesa in cammino, rivista del Seminario Vescovile di Cremona, giugno 2006

[2] Sacerdote della Diocesi  di Cremona.

-

-

«Tu sei un prete: lo capisco dai tuoi occhi»

di Don Giovanni Maria Chessa (diocesi di Nuoro)

Don Giovanni, parroco della diocesi di Nuoro, racconta quella singolare “rivelazione” di un bambino della Barbagia invitato a indovinare quale “mestiere” facesse.

Sono sacerdote da 21 anni e quattro mesi, dopo oltre 19 anni di ministero a Oliena ho cambiato comunità parrocchiale e solo da poco sto a Budoni, paese con 22 piccole frazioni, 5 mila abitanti, che nei mesi estivi conta 70 mila presenze.

Alcuni anni fa, chiamato a predicare in una parrocchia della mia diocesi, arrivato con un po’ di anticipo, entrai in chiesa attendendo il parroco. Qualche minuto dopo entrò una scuola elementare in visita guidata al paese, cuore della Barbagia. Due bambini di prima elementare, stancatisi subito della bellezza del luogo, con disinvoltura si siedono sul banco davanti a me dando le spalle all’altare. Iniziamo un semplice dialogo: nome, luogo di provenienza, e poi mi domandano: «Che mestiere fai?». Chiedo loro di indovinare. Il più piccolo fissandomi esclama: «Il prete». Di rimando, mettendo ben in mostra il collarino, incalzo: «Da cosa ti sei accorto che sono un prete?».

«Dagli occhi» rispose sicuro.

Incuriosito domando cosa hanno di particolare gli occhi del prete e lui: «Sono luminosi».

Non nascondo che la cosa mi fece molto piacere, anche se riflettendoci su ho toccato con mano la fatica, tutta umana, di avere sempre uno sguardo luminoso. Questo fatto mi ha portato a «rivedere» l’idea di prete e, con grande conforto del cuore e a lode di Dio, mi impegno a rendere il mio sguardo strumento della Provvidenza. Ci sono momenti in cui avere uno sguardo luminoso è bello, naturale e appagante, altre volte è impresa eroica.

Ai giorni dell’«abbondanza», quando con facilità guardo e aiuto a guardare verso la meta e con gioia mi vedo con tanti fratelli progredire nel cammino verso Dio, subentrano giorni di «carestia», quando la difficoltà fa stringere i denti e chiudere gli occhi. È duro tenere gli occhi aperti quando le lacrime premono spinte dal dolore fisico e morale; è duro tenere gli occhi aperti quando vuol dire guardare la propria e l’altrui miseria; è duro avere occhi luminosi con chi piange un morto ammazzato, ed è altrettanto duro guardare con speranza chi giorni dopo ti confessa di esserne la causa; è duro tenere gli occhi aperti su chi, conscio del proprio vizio, non fa nulla per migliorarsi e non permette a nessuno di aiutarlo; è duro quando la stessa miseria che devi illuminare è causa del buio del tuo cuore; è duro e rischioso guardare e giudicare quando la tua vista è sotto di dieci gradi, non si può guardare in modo sfuocato. È duro, ma non impossibile.

Un «collirio» particolare cura quotidianamente i miei occhi e ridà luminosità allo sguardo «ad intra» e «ad extra» (dentro e fuori): la Sacra Scrittura, che nella liturgia giornaliera e nella passione personale per essa si rivela davvero tesoro nascosto da cui trarre cose antiche e cose nuove.

Come tirarsi indietro e chiudersi in se stessi quando nel cuore e intorno risuona il grido di Dio: «Consolate, consolate il mio popolo e parlate al cuore di Gerusalemme?».

                                                                                               (estratto da "Avvenire")

--------------------------------------------------------------

 

... questo che vedete qui sopra non è un Prete... non ancora almeno...
è un nostro caro amico seminarista...
come vedete è molto giovane e come tanti altri giovani
sta camminando sulla strada che - a Dio piacendo - lo condurrà all'ordinazione Sacerdotale.
Noi preghiamo per lui e per tutti coloro che come lui sono in cammino e, naturalmente
per tutti coloro che, già Sacerdoti, ci donano ogni giorno Gesù nell'Eucaristia
e ci portano il Suo perdono.
Volete unirvi a noi nella preghiera?

Vi proponiamo inoltre un piccolo segno da mettere nelle vostre Chiese se è possibile...
noi l'abbiamo fatto e ci è di aiuto e di stimolo...
se non è possibile comunque non è indispensabile :)

 

 

 

  Torna alla Home