Una
generazione narra all’altra le tue opere
e annunzia le tue meraviglie.
(salmo 145,4)
Narratori della vocazione,
recita il bel titolo del nostro
convegno. La narrazione, il racconto mantiene in tutte le culture
almeno due ruoli: necessario di ogni iniziazione, necessario ad ogni
conoscenza di sé.
Ti conosci quando ti racconti, perchè sei obbligato a dare unità ai
lembi aperti della vita, a rielaborarne il senso, a intuire il filo
d’oro che lega insieme e illumina le cose.
Non si raccontano idee ma fatti, accadimenti, esperienze, pezzi di
vita, significati. Si racconta sempre di sé e, in sé, di una
incarnazione: di come un’idea sia penetrata facendo lievitare la
vita, di come una esperienza abbia sedotto il cuore, un seme covato
abbia germogliato importanza, spessore, peso, cioè preso carne nella
tua vita.
Il racconto attiene sempre alla categoria teologica della
incarnazione. Per questo è così biblico. Non trasmette teorie
religiose, ma comunica storia ed emozione. È la risposta a chi
ripete il lamento di Pascal: io sono stanco di dire Dio, io voglio
sentirlo. Voglio un Dio sensibile al cuore.
Mi ha sempre colpito il fatto che alle origini del monachesimo, nei
cenobi fondati da Pacomio, fosse regola codificata passare ogni
settimana lunghe sere, nella casa, a raccontarsi l’un l’altro la
storia della grazia nel proprio passato.
CHIESA DI SANTI
1. SANTI PERCHÉ
AMATI
Anche noi, chiesa
di martiri e di santi abbiamo da raccontare l’incarnarsi di Dio in
noi. Non ci sono i santi, come una categoria a parte. C’è la
santità: la maturazione della scintilla del divino che è posta in
noi. Questo è promessa, destino, impegno per tutti.
Infatti Paolo si rivolge alla chiesa di Roma, come a una chiesa di
santi con queste parole:
Paolo, servo e apostolo...
a tutti quelli che sono in Roma, amati da Dio e santi per chiamata
(Rom1,1-3).
Questo che è uno degli
scritti più densi e importanti non solo del suo epistolario, ma
anche delle origini cristiane, anzi della storia del pensiero
occidentale, contiene la bella definizione dei cristiani: amati e
santi. Santi perché amati.
C’è una santità pre-etica, pre-morale, anteriore ai miei
comportamenti. Noi siamo santi non perché ci siamo arrampicati sulle
vette dell’eroismo perseverando nonostante tutto e tutti, ma perché
abbiamo accolto la vita di Dio in noi.
Ed è questa vita, che è
amore, che ti rende simile a Dio, cioè santo. Noi siamo santi non
perché osserviamo i Comandamenti ma perché accogliamo questa vita
che si riversa dentro di noi, è quello che Paolo professerà sempre:
“Non è la Legge che vi fa santi, è la Grazia”. Voi siete
santi perché amati. Tutti siamo amati, perciò tutti santi. Santi
d’amore. Non di etica. I cristiani non sono i più buoni, ma i più
ricchi.
Grandezza dell’amore passivo. A noi pare poca cosa questo aggettivo,
vogliamo essere protagonisti; lasciarci amare ci sembra riduttivo e
invece la potenza rivelativa, la forza, l’energia che genera
l’essere amati la mostra Giovanni, il discepolo amato: infatti è lui
che ha le più grandi rivelazioni su Dio: Dio è amore. Non ci
si può esporre a lungo alla luce del sole senza esserne irradiati, e
chi è stato irradiato dalla luce di Dio poi la rilascia a goccia a
goccia, anche senza accorgersene, anche senza parole.
Santità è attingere a questo flusso che mi raggiunge sempre, a
questa sorgente che non viene meno. Attaccare la bocca a questa
fontana che è la freschezza della vita. E allora io spero che non
sia detto di me o di te quella parola durissima di Gesù: “Tu non
hai in te l’amore di Dio”(Gv 5, 42). Per distrazione, per
incoscienza, per disinteresse. Non hai in te l’amore, Dio non è con
te. È come una anti-annunciazione, l’esatto opposto di ciò che
Gabriele annuncia a Maria: tu sei riempita d’amore, il Signore è con
te.
Un dialogo del fondatore dei Chassidim è illuminante. “Un giorno il
rabbi chiese ai discepoli: Dove sta Dio?” I discepoli risposero: Ma
come maestro, ci hai insegnato tu che Dio è in cielo, in terra e in
ogni luogo. E il rabbi rispose: “No, mi sbagliavo, Dio non è in ogni
luogo, è là dove lo si lascia entrare!”. Come nella lettera
alla chiesa di Laodicea: “Ecco, io sto alla porta e busso e
attendo che mi si apra. Allora entrerò”
2. I SANTI RACCONTANO...
Io ho la certezza
che il paradiso non è pieno di santi, ma di peccatori perdonati, di
gente come me, che non sono un eroe, ma sono amato.
Destino ordinario dell’essere umano è incontrare un amore umano,
destino straordinario è incontrare, meglio ancora essere incontrati
da seduttori non umani, un amore straniero alla terra, un amore
alieno, vita da altrove.
a. I santi raccontano Dio nell’uomo:
incremento d’umano, accrescimento, intensificazione della vita; che
il santo è l’uomo moltiplicato; ha lasciato tutto, ma per trovare
tutto. Vi darò cento fratelli, ha detto Gesù. Vi darò un supplemento
di umanità e di cuore: vivrete di relazioni e non di cose, di
persone e non di possessi, uomini finalmente promossi a uomini (P.Mazzolari).
b. Che il santo e l’uomo
meravigliato. In principio alla santità c’è la meraviglia, quella
stessa di Dio nella Genesi, che guarda e grida ad ognuna delle sue
creature: che bello! (Gen 1,31). E la meraviglia, riserva di gioia,
resta viva se abbiamo con Dio e con la vita un incontro disarmato,
come quello dei bambini. Disarmato e innamorato, per reincantare la
vita, oggi stritolata tra nichilismo e fondamentalismo. Salvare lo
stupore, come Maria, maestra di stupore.
c. Santo è l’uomo dal cuore plurale.
Ama Dio, ama il prossimo e ama se stesso come orma e frammento del
sogno di Dio. È l’uomo che vive la polifonia del cuore, con le mani
impigliate nel folto della vita, capace di amare con la stessa
intensità il cielo e la terra, di fissare gli abissi del cielo e gli
occhi delle creature. 2
d. Santo è l’uomo che conosce tutte
le sue forze positive, tutto il buon grano sepolto in lui e lo porta
a maturazione, senza più ansia per la zizzania. Racconta una
passione convertita, non spenta. Se le spegni diventi non santo ma
l’opposto di te stesso, solo un eunuco. Poca cosa il diventare
padroni di sé. L’equilibrio è gelido. Placare le passioni può non
rendere felici per niente.
e. Santo non è il contrario di
peccatore. L’alternativa non vale: siamo tutti al contempo santi e
peccatori, lo è la stessa Chiesa, casta meretrix. Il giusto pecca
sette volte al giorno, ma settanta volte sette compie opere di vita.
La tua santità non si misura sull’assenza o sul numero dei peccati,
ma sul bene seminato nei lunghi solchi dei giorni.
f. Santo è l’uomo invincibile.
Invincibile non è chi vince sempre, ma chi mai si fa sbaragliare
dalle sconfitte, chi mai rinuncia a battersi di nuovo.
g. Il santo ama la vita, ma è
innamorato dell’impossibile. È custode dei giorni e l’attende
l’eterno.
h. Santo è allora l’uomo dalla vita
bella. Perché bellezza secondo gli antichi è mescolare in giuste
proporzioni finito e infinito. Scrive Florenskij: ciò che è
proprio del santo è la bellezza più ancora che la bontà; anche un
uomo carnale può essere buono, ma solo l’uomo spirituale è davvero
bello e luminoso.
3.
UNA VITA BUONA BELLA E BEATA
Il priore di Bose
Enzo Bianchi ha una espressione illuminante: la vita cristiana è la
vita bella, buona e beata, perché così era la vita di Gesù: buona
bella e beata. Questa vita ha conquistato i discepoli. Era
talmente bella, che i discepoli dissero un uomo così non può essere
che Dio. Conquistati, i cristiani corrono per conquistarla.
Buona era quella vita, che passò nel mondo facendo del bene,
accogliendo sempre, capace di dare tutto: neanche il suo corpo ha
tenuto per sé, neanche il suo sangue ha conservato.
Bella perché piena di amici, perché luminosa, perché pulsante di
libertà, perchè nuova, intensa e senza paure. Forse tutti, chi più
chi meno, soffriamo di imprigionamenti. E il fascino di Gesù uomo
libero accende trasalimenti in ognuno di noi. Non ci sono stereotipi
che tengano: se tu ti fai lettore attento del vangelo non puoi
sfuggire all’incantamento per la libertà di Gesù. Libertà a caro
prezzo.
Leggi il vangelo, respiri a pieni polmoni la libertà. Non la fissità
dei codici ma il vento che scompiglia le pagine. La libertà ha un
segreto: il segreto è quel pezzo di Dio che è in te, che i veri
maestri dello spirito ti invitano a scoprire e ad adorare. Se sei
fedele a questo pezzo di Dio, sei santo, sei libero dalla schiavitù
degli altri e delle cose, dalle convenzioni abusate, dai codici
senz’anima, dalle aspettative degli altri, dalle immagini che gli
altri hanno di te. Per te contano gli occhi del tuo Signore, conta
un piccolo pezzo di lui in te.
E beata, cioè felice era la sua vita: era un rabbi che aveva la
gioia di vivere, che amava i banchetti e i fiori del campo, che
sapeva godere delle belle pietre del tempio e del profumo versato su
di lui, dell’abbraccio dei bambini e della carezza dei capelli
dell’amica ebbri di nardo.
Acquisire fede che cos’è? è acquisire bellezza del vivere: scoprire
che è bello vivere, è bello amare, creare, generare, mettere la vita
nelle mani di chi mette la sua vita nelle tue mani. È bello per me
essere frate, o prete, o suora, perché tutto ha un senso positivo,
tutto va verso la vita e non verso la morte, verso un esito luminoso
qui e nell’eterno.
Acquisire vocazione è acquisire bellezza del vivere, e reincantare
la vita. I credenti sono chiamati a dare incanto nuovo
all’esistenza. Raccontare questo!
Io sono frate non per un dovere morale, ma perché in nessun altra
forma di vita avrei altrettanta pienezza, altrettanta intensità. È
ora di chiudere con l’idea della vocazione come sacrificio,
rinuncia, limitazione, è ora di parlare del piacere della vocazione.
La vocazione non nasce da una sottrazione, ma da una addizione. Da
un di più di vita buona, bella e beata, come quella di Gesù
Unica è la vocazione di tutti gli esseri umani, avere la vita in
pienezza: sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in
abbondanza (Gv 10,10).
4. POLIFONIA DELL’ESISTENZA
Guardate il
mandorlo. È il primo albero che fiorisce, l’ultimo che fa i frutti.
E ci insegna una cosa: se voglio vedere dei frutti nella mia vita
devo prima fiorire.
Una delle forme
più importanti della fioritura dell’essere la chiamo polifonia
dell’esistenza.
Dio non copre
tutte le gamme d’onda del nostro cuore. L’amore di Dio non risponde
a tutte le dimensioni del cuore dell’uomo, neppure del cuore del
monaco.
Dio non pretende
di essere unico, geloso sbocco degli affetti. Nell’Eden Adamo vede
Dio, gli parla faccia a faccia, eppure non è felice. Dio non gli
basta. Non è sufficiente Dio per stare bene. E non si tratta di una
esperienza di peccato, ma di Eden. In fatti Dio vede e dice: “Non è
bene che l’uomo sia solo...”, solo con Dio.
Gesù stesso offre
almeno tre oggetti all’amore: ama Dio, ama il tuo prossimo, come ami
te stesso. La polifonia dell’amore.
Polifonia non è
figlia di sottrazioni, ma di addizioni.
«Amerai il
Signore con tutto il cuore» (Dt 6,5) non significa: «Ama Dio
solamente, riservando tutto il cuore a lui», ma: «Amalo con
totalità, senza mezze misure». Così devi, allo stesso modo, amare il
tuo amico: «con tutto il cuore», senza riserve. Ma non solo il tuo
amico, il genitore, il figlio, lo sposo.
La totalità del
cuore non significa esclusività. «Non avrai altri dèi di fronte a
me» (Es 20,3), chiede il Signore, ma non già: «Non avrai altro amore
all’infuori di me».
L’espressione «polifonia
dell’esistenza» è stata coniata da Bonhoeffer in una lettera a un
amico:
Il rischio
implicito in ogni grande amore è quello di smarrire la polifonia
dell’esistenza. Voglio dire che Dio e la sua eternità pretendono di
essere amati dal profondo del cuore, senza però che l’amore terreno
ne venga danneggiato o indebolito; qualcosa come un cantus firmus,
in rapporto al quale le altre voci della vita formino il
contrappunto.
Solo quando ci troviamo in questa
polifonia la vita è totale, fiorisce.
Un rischio
implicito in ogni grande amore, terreno o celeste, di appartamento o
di monastero, è quello di smarrire, in nome di un unico amore
totalizzante, la polifonia dell’esistenza, la totalità della vita.
La perdita della
polifonia è stata una delle conseguenze più negative di un malinteso
amore sacro, che si è tradotto – in troppi ambienti religiosi – in
diffidenza verso l’amicizia, freddezza di rapporti, brinate sui
sentimenti, distorsioni affettive.
E soprattutto ha
portato la malattia più temuta da Gesù: la sclerocardìa, la durezza
del cuore.
È stato come
immiserire la vita, perché all’infuori delle relazioni non esiste
manifestazione dell’infinito quaggiù. La cosa più importante
dell’esistenza restano i rapporti umani.
Perso il cuore
plurale, la vita spirituale vegeta come frutto di sottrazioni, si
disidrata nell’illusione di amare Dio perché non ama nessuno sulla
terra!
D’altra parte, si
potrà perdere la polifonia dell’esistenza anche coltivando soltanto
rapporti umani, senza la luce dei grandi pensieri e di un oltre.
I santi non sono coloro che
restituiscono a Dio l’osservanza di tutti i precetti, ma sono quelli
che hanno realizzato l’impresa di diventare umani, che hanno trovato
il sentiero della pienezza, degli appassionati per la trasparenza
del cuore e delle parole.
I santi non sono gli uomini e le
donne dalla vita irreprensibile, basta pensare a Paolo, ad Agostino,
ma quelli capaci di custodire e mostrare un tesoro dentro vasi di
argilla, portare una luce dentro questo nido d’argilla, passione per
la pace e per la pietà e un disarmato amore per tutti.
Dio porta un’addizione di vita, un
supplemento di cuore. Non siamo figli di una diminuzione, ma di un
accrescimento. La vita spirituale è un’opera armoniosa di
dilatazione. Più Dio in me equivale a più io.
Ecco cosa raccontare con la vita.
C’è una terribile parola di un
politico francese del secolo scorso, Proudhon, che dice: “Ho
smesso di credere in Dio il giorno in cui ho incontrato un uomo
migliore di Lui”.
Forse vale anche per il prete, il
religioso: perché devo ascoltare uno che è meno uomo di me e di
tanti?
Smettono di credere in noi quando
incontrano uomini migliori di noi!
Non più colti o intelligenti. No,
migliori nel cuore.
5. CREDO ALL’AMORE
Padre Vannucci e don Zeno, due
grandi uomini di Dio, un mistico e un diacono di fuoco, stanno
chiacchierando a una finestra del Marianum a Roma.
Guardano fuori e sul viale XXX
Aprile osservano due ragazzi salire adagio tra i grandi alberi del
viale, salgono e si abbracciano, camminano e si baciano. Allora p.
Vannucci interrompe ciò che stava dicendo e dice a don Zeno: “Quando
tu sarai capace di ringraziare il Signore perché due creature sulla
terra si amano, di ringraziare e di godere perché nel mondo c’è
amore, in quel preciso momento sarai molto avanti nel cammino
spirituale”.
Noi che cosa avremmo detto? Un po’
di pudore, un po’ di discrezione...
Sono sempre più convinto che
avvicinare i giovani oggi, quelli che vivono situazioni irregolari,
per esempio nel campo del matrimonio, della sessualità, accostarli
con il linguaggio del divieto, del giudizio, della regola è assurdo
e forse perfino criminale, significa allontanarli per un lungo tempo
dalla Chiesa.
Dobbiamo far sentire l’eternità che
si annuncia già nella dolcezza del vivere con amore. Il peccato vero
è l’oblio del miracolo del vivere.
Nella sua prima Lettera di Giovanni
definisce i cristiani così: “Noi abbiamo creduto all’amore”(1 Gv
4,16). Non so se ci abbiamo mai pensato, ma se ci chiedono: “Tu
cristiano a cosa credi?” viene spontaneo dire: a Dio, a Gesù Cristo,
alla vita eterna, la Chiesa.
Ma Giovanni risponde: “Noi
cristiani crediamo all’amore”. Non si crede ad altro, non
all’onnipotenza, all’onniscienza o all’eternità di Dio, queste cose
non ci prendono il cuore. Si crede all’amore, perché Dio è amore. E
questo è capitale, perché credere all’amore lo può anche il non
credente, lo può anche colui che è ateo. L’esperienza dell’amore è
una esperienza universale che l’uomo è capace di fare in tutte le
culture, in tutte le vie religiose o anche senza l’ipotesi
religiosa. Esperienza del cuore ardente dell’essere: una scheggia di
Dio, infuocata, è l’amore.
Ciò che noi dovremmo cercare di far
capire anche ai non credenti, alle nuove generazioni: ciò che è
importante è credere all’amore!
Credi, vale a dire fidati
dell’amore. Abbi fiducia nell’amore in tutte le sue forme, come
forma della terra, come forma del vivere, come forma di Dio. Non
fidarti di altre forze, non dell’intelligenza, non del denaro, non
del numero o della forza della giovinezza. Dare e ricevere amore è
ciò su cui si pesa la beatitudine della vita.
Quando vedete dei ragazzi innamorati
non fate i sospettosi, l’innamoramento è una esperienza mistica,
l’unica per la maggioranza delle persone. E’ una esperienza mistica,
allo stato selvatico. Lì annunciare che c’è il Paradiso. Come
possiamo oggi parlare di paradiso e inferno? Mi diceva Olivier
Clèment, negli anni di Parigi: a partire dall’esperienza dell’amore
umano. L’innamorato sa bene che cosa è il paradiso e l’inferno. Il
paradiso è quando raggiungi il tuo amato; l’inferno è quando sei
tradito o abbandonato da chi ami.
L’amore luogo primario di
evangelizzazione! Non di moralizzazione. Raccontare che crediamo
all’amore.
b. CHIESA DI MARTIRI
Qualche parola
più veloce su questo secondo aspetto.
Come modelli di
martiri e testimoni prendo i due Giovanni.
In avvento si
staglia Giovanni il Battista, dopo Natale l’altro Giovanni,
l’evangelista.
Giovanni del
Giordano e Giovanni del lago; il Giovanni delle acque lustrali e il
Giovanni dell’inchiostro. Il Giovanni dalla testa tagliata nel
piatto di Erodiade e quello della testa posata sul petto di Gesù.
Il profeta
sferzante che grida di fuoco e di scure e il discepolo che parla
d’amore come nessuno. Penso alla sua testa posata sul petto di Gesù
nell’ultima cena. A sentir battere il suo cuore. Un gesto dolce,
commovente: gli parla sul cuore. Forse l’estrema vicinanza alla
umanità di Gesù.
Giovanni
dell’aquila, il suo simbolo è il volo, il volo più alto.
6. MARTIRE DI
LUCE
Di Giovanni il
Battista è detto che è venuto: ina martirese peri tu fotos.
(Gv 1,8), perché rendesse testimonianza circa la luce. Martire è
nella bibbia un termine attivo, non passivo, non di chi subisce, ma
di chi agisce. Fare il martirio della luce.
Forse nessuno tra noi qui presenti
sarà protagonista di esodi o di liberazioni, di invenzioni o grandi
opere storiche, ma la nostra vocazione sarà completa, la vita sarà
piena se avremo portato un seme di luce attorno a noi. E questo vuol
dire, in concreto: diventare testimoni di bontà e di bellezza, non
del peccato e dei difetti; testimoni del positivo, non del fango o
del degrado di questo mondo; non esperti d’ombra, ma gente che osa
parlare del sole; neppure esperti di etica, ma gente che sa rendere
conto delle proprie speranze e non salmodiare le proprie paure.
Martire della luce è chi fissa il
suo occhio non sulla zizzania del campo, come fanno i servi, ma si
concentra sul buon grano, chi conquista gli occhi luminosi del
creatore. Per lui una spiga di buon grano vale più di tutta la
zizzania del campo.
Chi fissa il suo occhio non sulla
notte, ma sulla linea mattinale della luce che sembra minoritaria ma
è vincente; Vale più accendere una lampada che maledire mille volte
le tenebre.
Un amico mi ha scritto su un
biglietto d’auguri: passare splendendo per un istante anche se
nessuno guarderà il tuo lucente sguardo. Il fiore fiorisce nel folto
del bosco anche se nessuno lo vedrà mai. Il pensiero pensato dentro
la grotta più profonda non resta senza effetto.
Martire della luce è chi vede il
bene dei giorni, la luce delle creature, della nostra epoca
splendida, piena di possibilità come nessun’altra prima. Dio ha un
cuore di luce e il tuo cuore ti dirà che tu sei fatto per la luce.
7. MARTIRE DI
VITA.
L’altro Giovanni,
all’inizio della sua prima lettera scrive: martirumen ymin ten
zoen (1 Gv 1,2)
Vi testimoniamo
la vita. Tutta la bibbia ha come tema centrale la vita.
Mi piace
moltissimo questo avvio, Giovanni era grande negli avvii, un volo
d’aquila a dire tutto subito, pensate all’inizio strepitoso del suo
vangelo, che ha illuminato il giorno di Natale, ribadito poi nella
seconda domenica: in principio era il verbo... questo
sfondamento del calendario e delle mappe verso l’inizio e il per
sempre.
Senza fumosità, senza tergiversare:
io ho veduto, io ho udito, io ho toccato, che cosa? il verbo della
vita.
Dice Giovanni:
Non vi annuncio ciò che ho studiato, o pensato, o imparato. Ma ciò
che con tutti i miei sensi ho sentito: il verbo della vita! Ed ho
sentito questo: che
Gesù non ci
trasmette una teoria religiosa, non porta un nuovo sistema di
pensiero, ma comunica vita e un anelito a più grande vita.
E testimonio la vita, se mostro che
Gesù è vita del cuore perché Lui lo allarga, ne dilata le
pareti strette, non lo lascia indurire, come teme Isaia, anzi ne fa
un cuore plurale, capace di molti amori e ne scioglie le durezze e
lo purifica.
Gesù vita della mente, perché
la mente vive di verità e Gesù è la verità, e la sua vita è la vita
vera. La mente vive di libertà, altrimenti ripete e si spegne: ed
ecco Gesù libero come nessuno e al suo avvicinarsi, ancora adesso io
sento aria di libertà. Come la bellissima espressione della lettera
agli Ebrei: la sua casa siamo noi, se conserviamo libertà e
speranza (Eb 3,6). Dio abita la libertà e la speranza. Respira
libertà. Ecco cosa testimoniare: libertà e speranza.
Vita dello Spirito
è Gesù, che è il soffio di Dio nelle
mie vele, il suo respiro intrecciato con il mio, il suo amore che mi
fa santo.
E vita anche del corpo
perché cambia i miei comportamenti,
muove le mie mani verso il povero, fa scendere da cavallo il buon
Samaritano, sostiene la corsa delle donne al mattino di Pasqua.
I santi sono quelli che hanno
realizzato l’impresa di diventare umani, che hanno trovato il
sentiero della pienezza.
Che cos’è la
salvezza in questa ottica? È pienezza di vita. E poi, come Cristo,
essere nella vita datori di vita. Dare motivi per vivere, ragioni
per gioire.
Salvezza vuol dire prendere uno e
tirarlo su, tirarlo fuori dalle acque dove stava per essere
travolto; redenzione è di più. Redimere vuol dire trasformare una
maledizione in benedizione. Gesù ci ha portato non solo la salvezza
ma qualcosa di più che è questa redenzione, questa possibilità per
noi di trasformare la maledizione in benedizione. Il mio punto
debole, che diventa punto forte. Prendi le tue debolezze e
costruiscici sopra. “Non nascondere la debolezza ma costruiscici
sopra”. Penso alle ferite di tanta gente, per debolezza, per dolore,
per disgrazia. Nelle ferite c’è l’oro. Le ferite sono sacre, c’è Dio
nelle ferite, come una goccia d’oro. È Gesù risorto che non porta
altro che le ferite del crocifisso, da cui non sgorga più sangue, ma
luce, metti qua il dito nel foro, porta l’oro delle sue
ferite. Tu puoi essere un benefico ferito, che dalla tua ferita
ricavi farmaci per altri.
Raccontare che la vita è più vita,
se la vivi come ha vissuto Lui.
Troppo nella
chiesa hanno parlato quelli che non hanno incontrato. Solo chi ha
incontrato ha possibilità di parlare al cuore degli altri. Perchè
col cuore che si crede scrive Paolo (Rom 10, 9-10).
Allora capite un poeta come Padre
Turoldo che scrive: “E i sensi sono divine tastiere”. Una
tastiera di pianoforte che suona le note di Dio, accordi di una
sinfonia che parla di pienezza di vita.
7. MARTIRE DI
GIOIA
Poi Giovanni
indica il perché, la motivazione della sua testimonianza: questo
vi scriviamo perché la nostra gioia sia piena: ina karà emon
pepleromene.
Non è un dovere
testimoniare, è una necessità per stare bene, per avere pienezza di
gioia. Gioia, parola decisiva, insieme alla parola vita.
Se analizziamo i
motivi della scelta dei giovani, il deterrente per non scegliere la
vocazione religiosa o sacerdotale, sta in fondo in questa
percezione: sentono o pensano o vedono che la nostra non è una vita
felice. Valida, impegnata, nobile, generosa anche, ma non appagante.
Non piena, diminuita.
E ogni uomo segue
quella strada dove il suo cuore gli dice che troverà la felicità.
È sant’Agostino,
che lo afferma, con la sua teoria della delectatio victrix,
vincente nelle scelte umane è la delectatio, determinate è la
gioia, l’appagamento, la contentezza. La vita spirituale comincia
sempre con questa domanda: sei contento di vivere? Ti piace vivere?
E ricomincia, riparte ancora da questa domanda: che cosa mi dà
gioia? Su questo si costruisce la scelta. Lo mostra S. Ignazio nei
suoi Esercizi spirituali.
Dio seduce ancora
perché parla il linguaggio della gioia.
Dovremmo forse
parlare di più del piacere della vocazione. E mostrarlo. La gioia
non si dimostra, si mostra: ha a che fare con il dono, non può mai
essere solitaria, è il sintomo che stai camminando bene, verso il
cuore della vita. “La gioia è l’atteggiamento vitale più conforme
alla realtà (K. Rahner).
Ogni essere umano
ha un solo dono proprio, unico, irriducibile, ed è lo spazio della
sua gioia.
9. TESTIMONI DI FATICA.
Eppure credere stanca. Lo chiesi un
giorno ad un monaco trappista dell’abbazia Orval, in Belgio: e
quando ci si stanca di Dio? Temevo mi dicesse: ma è una
stupidaggine, una eresia. Invece mi rispose con un aneddoto: quando
Gesù entra a Gerusalemme, nel giorno delle palme, c’è entusiasmo,
canti, una energia bellissima attorno a Gesù, tutti sono contenti,
Ma c’ un personaggio che fa fatica e si stanca. È l’asino su cui
Gesù è seduto. Fa più fatica di tutti ma è anche il più vicino di
tutti al Signore. Forse quando ti stanchi delle cose di Dio, è il
sintomo che sei molto vicino al Signore, molto intimo.
Don Lorenzo Milani scrive una frase straordinaria: Tutto è
speranza perché tutto è fatica. Finchè c’è fatica c’è speranza.
Se vedi una persona che non sa affrontare fatiche, osserva bene:
quello è uno senza speranza, che sta entrando nella depressione. La
depressione è l’esatto contrario della speranza e ne abbiamo tutti
una profonda paura. La depressione nasce da una inversione di
energia. L’energia che va verso fuori è sfida, rischio, idea, è
vitalità, al limite è fatica. La depressione comincia con questa
introiezione, con questo ripiegamento degli orizzonti, il depresso
ripiega il cielo come un lenzuolo steso al sole, guarda solo se
stesso, e non si illumina più. Ha perso il cielo.
Finchè c’è fatica
c’è speranza. La fatica di andare controcorrente, ad esempio. Lo
scrittore siciliano Leonardo Sciascia scriveva: io mi aspetto che
i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo. Come
fanno le Beatitudini.
Fatevi un bel
giro sul pianeta e guardate con attenzione: là dove c’è disperazione
e abbandono, là dove tutti hanno gettato la spugna, dalle Nazioni
Unite alla Banca Mondiale alle più diverse ONG, troverete un
missionario, una suora, un catechista
che, in nome del
Nazareno lotta, ama, combatte, spera contro ogni speranza. E lo fa
gratuitamente. Troverete sporadicamente anche qualcuno di
Organizzazioni non Governative, ma, non me ne vogliano, in Centro
Africa ho visto i medici di una celebrata associazione
internazionale ricevere 10.000 euro al mese d stipendio, e
un’infermiera 6.000, e ogni sei mesi hanno viaggio e ferie pagate a
Bruxelles, nel migliore hotel. Il missionario non riceve niente.
Ho visitato,
nella Repubblica Centroafricana, il dispensario delle suore
francescane di Gemona, a Maigarò, ottobre di due anni fa. Lì ho
conosciuto suor Giulia, amore a prima vista, 110 chili di energia e
dolcezza. Una stanzetta di mattoni, per l’ambulatorio. I malati sono
stesi su stuoie all’aperto, attorno a un immenso albero, dormono lì,
come raggi di un ostensorio di carne. Ecco il suo racconto: lunedì
le portano un bambino che è gravissimo, lei fa di tutto, ma il
piccolo muore. Il mercoledì arriva un altro piccolino allo stremo,
lei fa l’impossibile, il bambino le muore in braccio. Il giovedì
arrivano al dispensario un papà e una mamma con un altro bimbo che è
alla fine, lei fa tutto ciò che può, con tutto ciò che ha, ma
capisce che il bimbo non ce la farà. Allora è lei che non ce la fa
vederlo morire, lascia lì i genitori, con una bugia pietosa: Io
torno domani mattina a riprendere le cure, voi state qui e pregate.
E se ne va in cappella e inizia una delle sue litigate con il
Signore: basta, Signore, io non ce la faccio a veder morire un
altro bambino, un altro no! Basta. Non farlo morire, non farlo
morire…
La mattina quando
lei torna il bambino sta bene, non solo meglio, ma bene. Cosa è
successo? chiede ai genitori. Abbiamo fatto quello che tu ci
hai detto, sorella: uno vegliava il bambino, l’altro pregava in
ginocchio. Poi ci davamo il cambio, tutta la notte, uno in ginocchio
pregava, l’altro cullava il bambino…solo questo.
Ecco un
testimone-martire, ecco la generazione che narra le meraviglie di
Dio, e la meraviglia non consiste nel miracolo, ma nei mille e mille
giorni passati senza miracolo, nei mille bambini curati nonostante
tutto, la fatica vissuta in anni di buio senza ricompense. Miracolo
è l’invincibile coraggio quotidiano. Miracolosa è la quotidianità.
Non le grandi opere, ma i gesti.
I poveri e le donne fanno gesti, la
politica, le istituzioni, le chiese fanno opere.
Impariamo dai poveri e dalle donne.
Santità per noi è meno opere e più gesti nel quotidiano, gesti che
toccano, gesti di ascolto e di pazienza, di servizio e di dono,
gesti di pace e di giustizia, gesti di amore come quelli di Gesù,
che non vediamo mai progettare grandi opere ma fermarsi, ascoltare,
toccare occhi, labbra, orecchie, spezzare il pane, entrare nelle
case, sedere a mensa e parlare delle cose d’amore come nessuno aveva
saputo fare.
Un solo gesto così può fare più
grande l’universo.
Padre ERMES RONCHI